CHIRURGIA PLASTICA: D'ANDREA CHIEDE A SPERANZA DI RENDERE OBBLIGATORIA LA SPECIALIZZAZIONE

Introdurre delle regole che prevedano l’obbligo del titolo di specialista per lo svolgimento dell’attività medica e chirurgica in ambito di libera professione. Questa, in sintesi, la richiesta presentata dal Presidente della Società italiana di Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica (SICPRE) Francesco d’Andrea durante un l’incontro via web di qualche giorno fa con il Ministero della Salute. Un confronto del quale D’Andrea si ritiene molto soddisfatto, visto che lo staff del ministero ha ascoltato la sua proposta e, prendendosi il tempo necessario per approfondire l’argomento e trovare soluzioni opportune, ha fissato già un prossimo incontro a gennaio.

«Il primo risultato l’ho ottenuto, un confronto cioè con il ministero della Salute guidato da Roberto Speranza. Sono in attesa ora della risposta del ministro dell’Università Gaetano Manfredi, perché sono i due rappresentanti del Governo che di concerto possono trovare una soluzione a questa problematica» precisa D’Andrea, il quale pochi giorni fa aveva scritto una lettera indirizzata a entrambi i ministri proprio con l’intento di sollecitare un incontro finalizzato ad affrontare questo tema.

La lacuna normativa e le sue conseguenze

Se è sancito che solamente il medico chirurgo che abbia frequentato una Scuola di Specializzazione universitaria in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica, superando l’esame finale dopo 5 anni di corso, può legittimamente fregiarsi dei titoli di “Chirurgo plastico”, “Chirurgo estetico” e definirsi “Specialista” e/o “Specializzato” in tale disciplina, è pur vero che per il nostro ordinamento alcuni interventi di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica possono essere eseguiti anche da un medico che non è specialista.

Questo perché in Italia lo svolgimento dell’attività medica specialistica è regolato in maniera diversa nell’ambito della sanità privata e pubblica.

Mentre nel sistema sanitario pubblico esistono decreti e leggi che regolano l’accesso alla dirigenza medica di primo e secondo livello, che stabiliscono che per svolgere attività specialistica occorre avere come requisito irrinunciabile il titolo di specialista, in quello privato le cose non stanno esattamente così. In base alla Legge 221 del 5 aprile 1950, è infatti sancito che l’iscrizione all’albo dei medici dà diritto al libero esercizio della professione senza alcuna limitazione in merito all’attività specialistica, salvo per la radiodiagnostica e per l’anestesiologia. Da qui la possibilità da parte dei medici chirurghi regolarmente iscritti all’albo di operare tutti i trattamenti, sia medici che chirurgici, in ogni branca specialistica della medicina, anche senza aver conseguito alcun titolo di specialista. Una lacuna importante se si tiene conto che la specializzazione non può essere ritenuta esclusivamente una questione di “etichette” e di titoli senza significato. Dietro al suo conseguimento c’è una lunga pratica in ospedale per l’acquisizione della dimestichezza con tutte le tecniche e i dispositivi utilizzati in quella specialità. Dalla rinoplastica alla liposcultura, dalla mastoplastica al lifting facciale, la chirurgia plastica può considerarsi di fatto una pratica sicura a patto che sia esercitata da specialisti preparati e competenti che si sono formati in maniera completa e idonea a eseguire queste pratiche e a fronteggiare le eventuali complicanze che potrebbero verificarsi.

L’appello di D’Andrea al Ministero della Salute

Muovendo dalla mancanza di coerenza fra sanità pubblica e privata e dalle possibili conseguenze di tale incongruenza sulla salute dei cittadini, D’Andrea ha deciso di rivolgersi alle istituzioni con un appello urgente ed accorato affinché mettano fine a quell’improvvisazione sempre più frequente nel settore. «Sarebbe perciò opportuno recepire i regolamenti vigenti per lo svolgimento dell’attività pubblica anche nell’ambito privato rendendo obbligatorio il titolo di specialista nel settore anche nello svolgimento della professione privata dando il giusto valore allo strumento delle scuole di specializzazione, che formano specialisti nei vari settori della medicina, onde evitare improvvisazione e danni conseguenti». Un’approssimazione sempre più frequente in questo settore, dove «per puri fini di lucro medici non specialisti o di altre branche si improvvisano chirurghi plastici, a danno sia della categoria che del cittadino con gravi conseguenze per la salute».

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Articolo scritto dal Professor Mario Dini medico chirurgo Laureato all'Università degli Studi di Firenze e specializzato in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica presso l'Università degli Studi di Catania. Abilitato alla professione medica sia in Italia che negli U.S.A. e in Canada (Usmle). Già Primario del Reparto Universitario-Ospedaliero di Chirurgia Plastica del Centro Traumatologico Ortopedico (CTO) dell'Azienda Ospedaliera di Careggi e Professore Associato della Cattedra di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica dell'Università degli Studi di Firenze. Mario Dini ha partecipato a tirocini e aggiornamenti presso la Thomas Jefferson University di Philadelphia, l'Università di Porto Alegre in Brasile e l'Università di Parigi. Il Prof. Mario Dini ha all'attivo oltre 12000 interventi chirurgici e autore di oltre 160 pubblicazioni.

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